Gino Rossi e il Rinascimento

GINO ROSSI COME GIOTTO, LEONARDO DA VINCI E GIORGIONE.

Dal 1913, anno in cui Gino Rossi occulta il nome “Gia”, diminutivo di Luigia o Luigina, nella fronte della donna ritratta nel celebre dipinto: “Maternità” di Cà Pesaro a Venezia; dal 1915, quando lo stesso inserisce occultandole tra i cespugli in basso a destra nel dipinto: “Veduta del Santo a Padova”, il gruppo delle sei mirabili figure tra loro concatenate, precedute a sinistra dalla grande scritta “G Rossi”, erano trascorsi circa quattrocento anni dal tempo in cui Giorgione e Leonardo da Vinci inserivano occultati allo stesso modo, i loro personali dati in ogni opera eseguita. Un periodo ancora più lungo, circa seicento anni, era trascorso dal tempo in cui Giotto occultò il demone tra le pieghe del lenzuolo rosso in “Esaù respinto da Isacco”: noto affresco della Basilica Superiore di Assisi, che dai miei studi risultò essere opera eseguita da Giotto nell'anno 1315. Dati criptati importanti, che apposti con lo stesso intento e allo stesso modo, accomunano nelle varie epoche, in questa abitudinaria pratica, gran parte degli artisti vissuti perlomeno dal primo Trecento. Una realtà da tempo dimenticata è stata finalmente oggi da me ritrovata, la quale ha molto da dire e da rivelare nella nostra preziosa storia dell’arte. Ogni dipinto di Gino Rossi molto ricorda, nei suoi contenuti "nascosti", le antiche opere del Rinascimento ma, anche quelle eseguite all’inizio del Trecento da Giotto di Bondone. Da allora molte cose sono cambiate, una è rimasta pressoché invariata nel tempo: l’abitudine degli artisti nell’apporre occultati in ogni opera eseguita i propri personali dati: i loro nomi e cognomi, i marchi composti dalle iniziali del loro nome e cognome, le date di esecuzione di ogni opera, le molte figure aliene alla scena dipinta ma che con la stessa hanno attinenza.
Il Catalogo ragionato delle opere di Gino Rossi, si rivela pertanto quale concreto e valido aiuto nel riconoscimento di ogni sua opera, apportando da oggi, un certo ordine e una certa sicurezza attributiva nella sua opera generale. Non solo, vengono finalmente ora riportate alla mano dello sfortunato artista veneziano tutte quelle opere sinora dormienti, dimenticate, appese ad un chiodo in vecchie abitazioni sul Montello e nelle zone dell’alto trevigiano, dove Rossi a lungo soggiornò e lavorò ininterrottamente sino al 1926, anno del suo ricovero in ospedale psichiatrico.