Melania Mazzucco, il mio plauso.

Il mio personale plauso a Melania Mazzucco, alla quale dedico questo velocissimo, breve abbozzo di studio, da me fatto in cinque minuti all’Autoritratto del Tintoretto. 
A seguito del suo interessante articolo su La Repubblica del 28 agosto 2015, mi complimento con Lei per la sua professionalità nel porre in luce la scrittura celata nelle opere del Tintoretto delle scuderie del Quirinale a Roma. L'Autoritratto, come tutte le altre di questo artista, reca occultati: i volti, le scritte e le date di esecuzione.
19 settembre 2015,
Luciano Buso


Melania Mazzucco e la sua ossessione per Tintoretto: «È eversivo e sfida le nostre certezze». La scrittrice, che lo studia da una vita, ci svela perché il genio ambiguo del pittore (riscoperto negli ultimi anni) sia oggi così attuale.

la Repubblica, venerdì 28 agosto 2015


Il maestro sguinzagliava i suoi alleati quando collocava un quadro in pubblico. Voleva conoscere la reazione degli spettatori. Ma anche contrastarne le critiche e i giudizi negativi, presenziando il campo, sia pure per interposta persona: allievi e collaboratori del suo studio si nascondevano tra la folla ed esprimevano approvazione a voce alta. Così racconta il suo biografo Carlo Ridolfi, e – avendo ricostruito nelle pagine del libro che vi accingete a leggere il modo in cui questi raccolse le sue informazioni – tendo a credere che l’aneddoto sia vero. Inoltre corrisponde all’idea che ho maturato della personalità di Jacomo Robusti: il quale, benché fosse eccezionalmente intelligente, creativo e consapevole della propria originalità eversiva, era anche ulcerato e vulnerabile. Qualcosa – una febbrile inquietudine, la coscienza del limite, l’alta considerazione di sé non pari a quella che gli riservavano gli intenditori – lo rendeva insicuro. La contrastava con la mobilità e la metamorfosi (camuffandosi, mimetizzandosi, fondendo in ogni opera l’opposto e l’inconciliabile), e l’aggressione: verso se stesso (sfidandosi e mettendosi continuamente alla prova, col porsi sempre nuovi ardui traguardi) e verso gli altri (provocandoli, sorprendendoli, o prevenendo le loro reazioni).
Nel 2011 la curatrice della Biennale di Venezia, Bice Curiger, ha invitato Tintoretto a esporre – unico antico maestro – tra gli artisti contemporanei del Padiglione Centrale dei Giardini. Tre suoi grandi teleri ( La creazione degli animali, Il trafugamento del corpo di San Marco, L’ultima cena di San Giorgio Maggiore) figuravano nella sala centrale, insieme ai piccioni tassidermizzati di Maurizio Cattelan. Dopo tanti anni trascorsi inseguendo le tracce di Tintoretto nelle carte degli archivi, e i suoi quadri e i suoi disegni nei musei di tutta Europa e nei loro depositi, ho sviluppato nei suoi confronti lo stesso atteggiamento dei suoi collaboratori. Così, ho trascorso molte ore nel Padiglione della Biennale, ascoltando le voci dei visitatori, predisponendomi a spargere parole favorevoli per il grande assente. I difetti che avevano irritato i suoi contemporanei – la mutevolezza dello stile, la rapidità di esecuzione, la brutalità della pennellata, la decostruzione narrativa, l’instabilità tremolante e fantasmagorica delle immagini – erano diventate qualità. I teleri piacevano perché – nell’impossibilità di decifrare i soggetti – potevano essere apprezzati per ciò che erano: pittura. Un discorso unicamente visivo fatto di colore, invenzione, movimento, luce: o meglio, illuminazioni, come recitava il titolo della Biennale stessa.

Col tempo mi sono resa conto che mi piacerebbe che Jacomo Tintoretto & i suoi figli lasciasse nei lettori la stessa sensazione – di intimità e di ammirato rispetto per un uomo e un artista immenso e inafferrabile. Quando l’Ultima cena di san Giorgio Maggiore è statatirata giù del presbiterio della chiesa ed esposta nel Padiglione della Biennale all’altezza dei nostri occhi, sono diventati leggibili particolari che Tintoretto aveva dipinto solo per sé, o per Dio. Come la ciabatta dell’apostolo di sinistra, il tappeto cagiaro e la natura morta di pere, pesche e zucca sul tavolo di servizio, la sottomissione del cagnolino sotto la tavola, le stoviglie di peltro nella cesta. E soprattutto la placca di luce che sotto la tavola, contro ogni legge dell’ombra, carezza il piede nudo di Cristo, infilato in un sandalo infradito. Gadda notava che la «luce in Italia è madre degli alluci»: essi sono gli ingredienti indispensabili di ogni pittura che aspiri a vivere. Anche i grandi teleri esposti alle Scuderie del Quirinale, nel 2012, visti finalmente da vicino hanno rivelato che la superficie pittorica è disseminata di messaggi, capricci del pennello in forma di crittogrammi giocosi o allusivi, dal significato sfuggente. Lettere e segni sparsi sui mattoncini del muro dietro il volto di Jacomo nel Miracolo dello schiavo (fra cui la C, la R e una croce), o la A ricamata come un arabesco sulla porta del capanno dietro la Maria in lettura della Scuola di san Rocco. Un dettaglio sorprendente anche nell’ Ultima cena di san Trovaso: sulle teste di tutti i dodici apostoli seduti attorno alla tavola risplende l’aureola. Dunque anche su quella di Giuda. Qualunque cosa volesse dire con ciò Tintoretto – che il tradimento è necessario alla storia della salvezza, che il male è il complemento del bene, che niente distingue la corruzione dall’innocenza – sapeva anche che, una volta appeso il telero sull’altissima parete, nel presbiterio della chiesa, l’aureola di Giuda chiunque fosse – sarebbe diventata invisibile. Eppure quel sottile, diafano strato di pittura sta lì, ed è nostro compito ritrovarlo.
È stato Tintoretto stesso a venirmi incontro, in luoghi inaspettati, dove non lo cercavo. Mi sono imbattuta in opere a lui attribuite, di cui si era persa memoria, e che non figurano in nessun catalogo. Fra queste, un Ritratto di cavaliere al museo di Bellas Artes dell’Havana – che ho schedato tra i miei appunti come “mariettevole”, cioè fra quei ritratti un po’ generici di scuola tintorettiana che non sono di mano di Jacomo e non sembrano del figlio Dominico, e che perciò sono stati prodotti dai collaboratori dello studio,e forse dalla figlia Marietta. Col tempo, vado completando lo spoglio sistematico dei Registri dei Battesimi delle parrocchie di Venezia negli anni in cui vissero Tintoretto e i suoi figli. Pur tenendo conto delle lacune documentarie e delle inevitabili mie sviste od omissioni, non posso ignorare un dato eloquente. I Tintoretto non avevano amici. Non erano compari di nessuno. Non furono mai chiamati a fare il padrino del figlio o della figlia di un amico, un parente, un conoscente, un allievo. Oppure, non accettarono. Evitati? Temuti? Schivati? Per diffidenza, orgoglio, sprezzo, solitudine? Sembrano vivere in un mondo a parte. Eppure di amici avevano, e avrebbero ancora, bisogno.

Negli ultimi anni, l’interesse per Tintoretto sembra essersi riacceso. Il restauro del soffitto della sala dell’Albergo di San Rocco nel 2010, la Biennale di Venezia del 2011, la personale allestita alle Scuderie del Quirinale di Roma nel 2012, la pubblicazione di numerosi studi specialistici che hanno chiarito cronologia e destinazione di altrettanti quadri, la proposta di Robert Echols e Frederick Ilchman di rivisitare il suo catalogo, la nuova illuminazione a led della Scuola Grande di San Rocco, hanno permesso a specialisti e appassionati di ripensare le sue opere con nuovi strumenti e nuovi sguardi. La storiografia artistica sembra anzi aver finalmente interpretato positivamente la novità radicale della sua pittura, troppo a lungo svalorizzata come “stravaganza”. Ma l’auspicato ritorno di Tintoretto non ha nemmeno generato un revival, o una riscoperta di massa. Amatissimo dagli artisti di tutti i tempi, che non cessa di ossessionare, Tintoretto non sarà mai un pittore davvero popolare. Nessuna sua opera diventerà un’icona, un manifesto riprodotto in migliaia di copie. Rimane un pittore ispido, ambiguo, sperimentale. Che evita l’immediatezza e pretende l’intelligenza e la collaborazione dello spettatore/lettore. Bombarda l’occhio e il pensiero di particolari, omette e capovolge, cita, ironizza e demistifica, sfida le abitudini e i clichés. Tintoretto non ha mai voluto piacere, e sedurre non era il suo fine. “Movere” attraverso il linguaggio delle forme e dei colori, coinvolgere, provocare, stupire, emozionare, mai lasciare indifferenti: solo questo era il suo intento. Ed è anche il mio.
Melania Mazzucco