Opere di Luciano Buso
Alpeggio a Mariec Monte Cesen, Olio su tela,cm 167,5 x 94,5
L'opera, molto cara all'artista, rappresenta i luoghi vissuti fin dall'infanzia quando con il padre vi si recava con le "gerle" sulle spalle a raccogliere oltre alla legna i frutti del bosco, intrattenendo rapporti e legami di amicizia con i malgari dell'epoca che spesso li ospitavano nelle loro umili "casere".
Rappresenta inoltre per le sue dimensioni e per il suo contenuto il riassunto di una vita dedicata interamente alla pittura. La scena, da sempre vissuta attraverso gli anni da un amore vero per la natura, appare nei pensieri dell'artista quattro anni or sono, quando recatosi per l'ennesima volta in compagnia del padre nella "posa de Mariec" sente l'esigenza di fissarla perenne nella tela, quasi per non perdere nel tempo quell'attimo di fresca luce che l'avvolge.
Oltre il paesaggio, tra le mucche che lentamente escono dalla "posa" dopo l'abbeverata, una si gira quasi a richiamare le tardive che si soffermano a brucare l'erba nei bordi.
Acquistata nel 2003 una vecchia e malridotta cornice appartenuta al pittore ottocentesco trevigiano Noè Bordignon, presso un mercatino di antiquariato, il pittore la restaura ed esegue il dipinto, senza alcun trucco o artefazione, sorretto unicamente dal suo "atto d'amore". Nessuna retorica, nessuno sguardo a pittori de l'800 ove attingere oltre la tecnica, quella sorta di sentimento che si prova nell'osservazione di una scena così tenera che ancor oggi ci accompagna e ci accomuna ma, il riassunto di un trascorso e la compiacenza di poter finalmente fissare nella tela, nel cammino verso la maturità, momenti di pura magia come questo.
Poesia della Natura
La figura dell'uomo e del pittore veneto Luciano Buso si distingue oltre che per ragioni estetiche, per qualità scquisitamente umane (da cui non del tutto prescindono le estetiche). Ci si incontra volentieri con un uomo intrinsecamente onesto, sincero, umile e concreto come lui, che, vero artista, sa farci ancora sentire il sorriso e lo splendore del creato, sa far partecipi gli altri - e non è poco - della grazia. della fresca genuina innocenza e gioia della natura, nelle sue innumeri trasfigurazioni metamorfiche stagionali.
Ho lasciato passare del tempo per farmi una più chiara idea del pittore e del suo quotidiano rapporto con i particolari luoghi della sua abituale residenza. Una personalità non facile da decifrare e definire, come sembrerebbe a prima vista, deducendola dalla semplicità e piacevolezza del suo modo di esprimersi e dipingere, estroso e riflessivo a un tempo, della trascrizione cromatica del suo trattenuto stupirsi; con un innato, fermo senso di misura che rende più viva e calda l'emozione. Poche volte mi capita di toccar con mano un così spontaneo nesso tra autore e opera nel caso di Luciano Buso, costantemente teso a essere se stesso, a costruirsi un proprio linguaggio atto a cogliere attimi intensi di magica poetica vitalità.
A questo modo di sentire e fare gli giova molto la buona sorte di essere nato e abitare in una delle più spledide zone della terra, tra colli asolani e Guia di Valdobbiadene, che l'indimenticabile scrittore Paolo Monelli nel Corriere della Sera definì paesaggi tra i più belli del mondo. La pittura di Luciano Buso è proprio l'attuazione di un naturale, direi inevitabile, rapporto dell'uomo con la sua terra, con le cose e la gente delle sue contrade, unitamente a una ora folgorata ora pacata gioia di vivere, malgrado i mali e le disgrazie che non risparmiano nessuno.
Luciano Buso: pittore figurativo. Qualcuno si ostina ancora a dire che l'arte figurativa è lingua morta. Enon è mai finita la polemica tra i sostenitori dell'astratto: una stanca polemica che ormai annoia. Crollato il muro di Berlino, pare che anche altri muri stiano per cadere una volta per sempre. Comunque, mai come in questi giorni è stato così sentito, così invocato e direi così necessario un cosciente, responsabile ritorno alla natura. E, da ieri ad oggi, ben diversi ne sono i sentimenti, l'idea, il concetto. E, quasi parallelamente, diversi anche i concetti di astratto e figurativo, il quale ultimo ritorna più vivo che mai, e, sia pur diverso, più auspicabile che mai. Morfologia, grammatica, sitassi dell'arte figurativa si annunciano e si presentano così nuove e urgenti che sembrerebbero ancora da scoprire, a voler seguire il processo inarrestabile di alcune stupefacenti intuizioni dell'intelligenza moderna. Altro che lingua morta. L'arte figurativa, dopo un cammino di secoli e millenni è ancora ai primi passi., a confronto delle immense potezialità latenti, , inespresse e inattesa che qualcuno venga a toccarne le le frementi sorgive, come poco, quasi niente, è stato detto finora del mistero dei significati, della divina bellezza e armonia del volto umano, ancora e sempre da esplorare. Inesplorata potenza del Verbum, che ben poco contribuirono a scoprire il Più e meno di P. Mondrian, nel 1917, o le geometriche interpolazioni di R. Delaumay, i tristi concettini spaziali del povero L. Fontana o le cretinerie di Pietro Manzoni care a Palma Bucarelli. Gli astrattisti inseguendo l'impalpabile atteo del pensiero dimenticano di ancorare questo atto alla vita, illusi di identificare il pensiero puro con la pura forma, non accorgendosi che il pensiero non è né puro né impuro, ma sempre concreta testimonianza di viva comunicante presenza umana.
Luciano Buso sa di quanto sudore grondi un vivente frammento di Umana verità nel suo tradursi in verità poetica che arrivi ad ogni cuore. Ha fatto bene a non seguire gli slogan di fasulli Maitre à penser e a non subire l'umiliazione di dover adattare la produzione alle mode e agli esibizionismi del momento per entrare nelle grazie di un critico in voga. E non fu gran male non potersi iscrivere a una scuola statale d'arte, data la situazione delle nostre Accademie, più informative che formative. Gli è stato più utile leggere e studiare a fondo le grandi, vere e palpitanti pagine del libero, aperto libro della natura e dell'ambiente dove abitava, misurare il suo con il linguaggio dell'erba e degli alberi, dell'acqua, dei campi e del cielo, delle nuvole e delle montagne., e da questa vibrante voce imparare i modi e le cose da comunicare agli altri, trasmettere ai vicini un particolare momento dell'essere alla scoperta e trasfigurazione di qualcosa nel mondo e di noi stessi: della Parola che incarni un segno delle segrete profondità dell'Essere. Arrivata all'ultimo aut-aut, alle ultime carte da giocare contro l'incombente minaccia della totale autodistruzione, l'umanità oggi vive il momento più drammatico e decisivo della sua plurimillenaria storia e a ciascuno di noi è richiesto - e dovrebbe essere imposto - di prendere umilmente coscienza della porzione del proprio spazio naturale e sociale e dare un minimo possibile contributo alla sopravvivenza el pianeta Terra e della specie umana.
Ci auguriamo che Luciano Buso continui a dipingere le meraviglie della natura, che vergognose speculazioni rovinano e distruggono. Molta parte dell'arte del Novecento sta pagando a caro prezzo il dispregio, il tradimento e l'oblio delle insopprimibili ragioni del cuore e di alcuni alti valori dello spirito: la tenerezza, la gentilezza, l'affabilità, la carità, la bontà, la cordialità, la insostituibile ricchezza morale degli affetti, l'umiltà, che insegna i profondi e preziosi segreti della semplicità, e l'onestà interiore. Ragioni del cuore, anche più importanti di quelle della mente e che non si possono impunemente ignorare a favore di fatui virtuosismi cerebrali per effimeri inutili successi. Stiamo attraversando uno dei momenti più critici della critica d'arte e nella generale ansia di ordine nessuno ci viene incontro a dirci chiaramente come stanno le cose una volta per sempre. Non se ne può più di mafie e mafiette, di pecore dogmatiche e di caproni dialettici, scrive nel Corriere della Sera Luigi Malerba
Il pittore Luciano Buso sia orgoglioso dei suoi Campi di fiordalisi, delle umane casupole delle sue valli, delle Betulle sul Foral, dell'acqua ancora limpida del Ruscello a Fol, della quieta solitudine autunnale dei monti, della casta luce della Brinata a Caselle, dell'irradiarsi della Primavera asolana.
Bino Rebellato, Cittadella, 29 Luglio 1992